Listino azionario italiano

Azioni: in Italia l’approccio è limitante

Il listino azionario italiano sembra avere il vento in poppa. Il FTSE è, tra gli indici, forse quello che se la passa meglio, merito del rinnovato clima di fiducia (almeno ai piani alti della finanza e dell’economia) derivante in parte dal nuovo corso di politica monetaria. Ma sono tutti gli indici ad andare bene. La maggior parte ha raggiunto i livelli pre-crisi.

Eppure, se si va in profondità con le analisi, si scopre che il mercato azionario in Italia non è sviluppato come dovrebbe. E’ una questione numerica ma anche di approccio. Valga un dato per tutti, quello sulla capitalizzazione. In rapporto al Pil, il listino azionario del Bel Paese presenta percentuali molto lontane da quelle fatte registrare dagli altri paesi europei.

La capitalizzazione del listino azionario italiano corrisponde al 29% del Pil. Persino la Spagna ci supera (50%) e lo stesso di può dire di Francia e Regno Unito (rispettivamente 68% e 126%).

Ciò significa che non si investe sulle azioni italiane. Queste dovrebbero rappresentare i destinatari privilegiati di fondi comuni di investimento o fondi pensione, come avviene nel resto del mondo e in particolare nella realtà anglosassone, eppure in Italia si disertano i listini.

E se i numeri – soprattutto quelli che si riferiscono alla capitalizzazione – sono così bassi il “merito” è anche dell’offerta. Le società quotate nel Bel Paese sono poche, giusto una manciata se facciamo un paragone con altre regioni geografiche. E c’è chi addirittura preferisce uscire di scena: la Pirelli ha preferito la borsa di Shanghai, anche se persistono ancora incognite sulla OPA.

Borsa italiana: le prospettive

Eppure qualcosa si sta muovendo. Si ravvisa qualche piccolissimo passo in avanti – nonostante il segnale devastante dell’abbandono di Pirelli, che è quotato nel mercato tricolore da quasi novanta anni. Ancora una volta, si tratta di un segnale prettamente numerico. Riguarda, nello specifico, la quantità di società quotate in borsa, che risultano in costante aumento.

Nel 2011 erano 328, alla fine del 2014 se ne contavano invece 342. E’ un segnale incoraggiante, non c’è dubbio, ma cede comunque il fianco al confronto con l’Europa. Nel solo Regno Unito, nel 2013 le società quotate superavano abbondantemente il migliaio.

Il problema non è solo per gli investitori, che si trovano ad avere a che fare con un mercato asfittico, ma anche e soprattutto per l’intera economia italiana. In questo caso, finanza e mondo reale non sono due mondi lontani.

Paolo Gibello, presidente di Deloitte&Touche ha dichiarato a L’Espresso: “Il mercato dei capitali in Italia risulta meno sviluppato rispetto agli altri Paesi dell’euro e questa ridotta dimensione si traduce in un evidente svantaggio competitivo per l’intero sistema economico italiano”. Il nodo cruciale della questione è rappresentato dalla difficoltà a finanziarsi, derivata da un approccio troppo “banche-centrico”.